di Federico Ferroggiaro
Quando il barboncino entra in camera per essere sollevato e sistemato sul letto, così da sottoporsi alla sessione mattutina di coccole, doña Beba si sta già lamentando del suo prossimo viaggio, ormai imminente, sapendo che le mancherà terribilmente “quella creaturina” quando sarà lontana da casa. “Quella creaturina” è il modo affettuoso di riferirsi a Pupi, il vero nome del cagnolino riccioluto, emaciato e ripugnante che si strofina contro la camicia da notte di seta di Beba. Da quando Papi, il suo Saúl, riposa nella tomba di famiglia accanto alle ossa dei genitori e alle ceneri dei nonni immigrati, il barboncino è diventato il suo unico fedele compagno in questo mondo crudele. In altre parole, il cane è la sua compagnia, ma non l’accompagna in viaggio perché Beba preferisce andare da sola. D’altronde, portare un animale da un negozio all’altro, da Lafayette al Corte Inglés, da Dolphin Mall a Haulover Beach, per quanto docile possa essere la creaturina, è uno sforzo e un logorio inutile. Così, pur rimpiangendo la fedeltà di Pupi, preferisce lasciarlo nell’appartamento, alle cure della “ragazza”, mentre si gode un po’ di tempo senza l’amore canino che, adesso, la commuove fino agli spasmi e, quando avvicina il naso al muso di quel giocattolo animato, le partono singhiozzi, gorgoglii e parole in un linguaggio inventato che invitano a diffidare della sua salute mentale. Eppure Beba, non fraintendetemi, non è né pazza né stupida. Per niente. Semplicemente, si limita a riporre tutto il suo affetto in un animale. Credetemi, non c’è investimento più sicuro di questo, e Beba, se c’è qualcosa di cui sa più di voi, più di me, è come curare e moltiplicare i suoi investimenti, siano essi in affetti… o in denaro, obbligazioni, titoli o qualsiasi altra cosa le venga in mente.
Dieci minuti dopo aver fatto entrare Pupi nel suo appartamento, la ragazza deve presentarsi con la colazione, prendere il cane, aprire le tende e areare la stanza, in base alla temperatura esterna, per eliminare la puzza di creme, profumi e gas che infettano l’aria stagnante. Nel frattempo, la signora va in bagno scricchiolando come il tronco invecchiato di un albero sul punto di cadere. Per fortuna, l’ampiezza delle pareti e la solidità dei mattoni attutiscono lo sgradevole concerto che giunge alle orecchie della ragazza ormai piuttosto attutito. Come tuoni che esplodono in lontananza. Beba dice che il problema è dovuto alla troppa carne di manzo consumata da sposata. Perché Saúl, se non avessero servito cotolette, costine, o punta di petto al forno, non avrebbe mangiato nemmeno un boccone. Capriccioso. Lei si era abituata, sottomessa, ma una volta concluso il ricongiungimento del marito con i suoi antenati, aveva deciso di non intossicarsi più con bistecche o prosciutto. Un arrosto ogni tanto ci poteva stare, ma non avrebbe più sopportato l’odore di sangue bovino nelle narici prima e dopo ogni pasto. Purtroppo per il suo intestino, quella solenne decisione era arrivata troppo tardi.
Quando Beba torna dal bagno, la ragazza tiene in braccio Pupi. Non riesce proprio a farsela piacere. Ce l’ha da meno di cinque mesi e, sebbene le sia stata raccomandata da Candelita e sia sveglia, efficiente e capisca abbastanza bene le istruzioni, c’è qualcosa in quella ragazza che non le quadra. Prima di andarsene, informa la signora che il cellulare ha squillato tutta la mattina, dalle nove, sia con messaggi che con almeno tre chiamate. Beba lo trova strano, mentre si siede sul bordo del letto e versa con cura l’acqua calda nella tazza con la bustina di tè. Tutti sanno che si alza alle nove e che prima delle undici non dà udienza nemmeno al Papa. Solo dopo pranzo, nelle tre o quattro ore che trascorre in ufficio, è abbastanza attiva da rispondere a tutte le richieste. Si fa per dire, ovviamente, perché Beba lì si concentra esclusivamente sul lavoro.
Per fortuna, l’ufficio è a soli due isolati da casa. Li percorre religiosamente a piedi, anche se dovesse nevicare come nel ‘71 (o era stato il ‘73?) o se il paese dovesse cadere a pezzi, come nel 2001. Si sposta a piedi, senza bisogno di usare l’auto o chiedere un passaggio; da sola, senza compagnia, senza nessuno che la porti, come una donna libera. E meno male che non aveva obbedito alla richiesta di Saúl di trasferirsi in una delle nuove torri, a nord, di fronte al fiume, che avrà pure una vista straordinaria, ma è in culo al mondo, nel Congo belga. Era stata risoluta, si era impuntata ed erano rimasti lì, nell’appartamento di via Santa Fe, che, sebbene sia stordito dai clacson, intossicato dallo smog e pericoloso come il Bronx di notte, la domenica e nei giorni festivi, è a due passi da tutto. Dai bar, dalla zona pedonale, dai cinema e dalla cabina di pilotaggio da dove dirige e comanda le aziende di famiglia di cui è l’unica proprietaria, oltre che l’unica responsabile. Proprio così, sebbene i loro due figli e i rispettivi coniugi – più i quattro nipoti generati in una successione di atti di irresponsabilità riproduttiva – se ne servano per mangiare, vestirsi, studiare e viaggiare, tra le altre cose meno pubblicabili. A parte la nipote più grande, gli altri sono buoni solo per il tritacarne. Tutti si abbeverano alla stessa fonte, ma è lei che si occupa di generare denaro. O qualcosa del genere.
Senza guardarla, Beba ordina alla ragazza di portarle il cellulare. I suoi figli sono inutili: il solo pensare a loro le fa venire il mal di testa. Presuntuosi, capricciosi ed edonisti. Viziosi, persino viziosi, come se non mancassero loro altri difetti. Più volte aveva avuto il sospetto che l’infermiera dell’Hospital Británico li avesse scambiati con i figli di genitori con la trisomia 21. Non aveva trovato altre spiegazioni. Se avessero dovuto vivere del loro lavoro, Augusto non avrebbe avuto nemmeno i requisiti per fare il parcheggiatore abusivo, e Patricia, per favore, con il suo atteggiamento lassista e svogliato e le sue cattive maniere, al massimo e con un po’ di fortuna, avrebbe potuto fare l’ausiliaria del traffico o il vigile urbano. Per fortuna, lei e le attività che aveva avviato con Saúl, oltre a denaro e contatti, li avevano salvati dalla fame e Patricia anche da un indegno nubilato. Perché, poverina, aveva ereditato il corpo paffuto del padre e non le gambe lunghe e sode di lei, dono dei geni materni: le donne inglesi hanno belle gambe. Di certo, suo genero doveva scroccarle anche le monetine per il parcheggio. Peggio ancora sarebbe stato ingrassare e invecchiare davanti alla TV, senza figli, senza feste scolastiche, senza un marito che, anche se avesse puzzato di un’altra, almeno avrebbe saputo mantenere le apparenze e non si sarebbe perso un Natale o una riunione di famiglia. Questo, con i tempi che corrono, è un miracolo. Inoltre, è il padre di Candelita, e le poche volte che fantastica di mandare tutto all’inferno e lasciare qualcun altro a gestire il patrimonio, ampliandolo, l’unica papabile è proprio Candelita. Flessibile, socievole, vivace come uno scoiattolo, disinvolta, è l’ultima speranza della famiglia. Ma nessuno, a meno di non saper leggere i suoi sentimenti, può avere la certezza che sia lei la favorita. Perché Beba, che è equa, non fa distinzioni tra i nipoti, né tra i figli, e offre a tutti loro gli stessi doni, ugualmente miseri e inutili, per non rompere l’equilibrio. Naturalmente.
A volte Beba trova difficile continuare a mantenere quella tribù di parassiti. Quindi, se riuscirà a far prendere il timone alla nipote più grande, la lascerà libera di tagliare i viveri a tutti. D’altronde, il carattere della ragazza rende molto difficile che si lasci sfruttare da altri, che abbiano o meno legami di sangue. Guarda sempre lo zio Augusto di traverso, da sopra le spalle, e arriccia il naso come se avesse pestato dello sterco quando lo saluta. Già da bambina, all’età di tre o quattro anni, si era resa conto che suo zio era una zucca vuota che parlava solo di calcio e di automobili. Saúl lo aveva assecondato molto, troppo, fino alla rovina. Perché era un maschietto e aveva riposto tante speranze in lui. La delusione era arrivata presto, già dalle elementari, ma testardo e cocciuto com’era, aveva insistito per mandarlo all’università. Dall’Austral dovette trasferirlo all’Interamericana e, nonostante avesse pagato, pagato, pagato, iscrizioni, tasse, quote d’esame e persino un’intera pagina pubblicitaria nella rivista dell’istituto, Augusto non era riuscito a terminare il primo anno. Lì, tutti quei chiacchieroni, gli sbruffoni che parlano per il gusto di parlare, hanno avuto la conferma che non tutti possono comprarsi una laurea nelle facoltà private. Augusto è la prova provata che persiste sempre uno scampolo di dignità anche nell’istruzione a pagamento.
Quando la ragazza torna con il telefono, la testa di Beba sembra essere in una di quelle betoniere che girano e stridono. Non la ringrazia – non è necessario – mentre prende l’apparecchio dalle sue mani e disegna intuitivamente il codice che sblocca lo schermo. Le chiamate provengono dal numero di Candela. Trasgredendo alla sua routine, Beba torna a letto senza aver finito di vestirsi. Farebbe bene a cancellare la lezione di yoga, Emiliano sarà qui alle dodici e ci sarebbe ancora tempo per mandargli un messaggino. Lui la capirà. Inoltre, con un tale mal di testa, probabilmente non sarà in grado di concentrarsi e meditare, ed entrambi finirebbero per sentirsi frustrati. Non può evitare di andare in ufficio: l’occhio del padrone ingrassa il bestiame, aveva insegnato a Saúl, e doveva continuare a praticare quella religione… Dava buoni risultati e se si distraeva si sarebbe detto che ormai era vecchia, stanca, svogliata, inutile. Inoltre, sa già che perderà due settimane a causa del viaggio. Troppo relax per i suoi dipendenti.
La ragazza è sorpresa di vederla tornare a letto. Chiede se la signora si sente bene, se ha bisogno che le porti qualcosa o che le prepari qualcos’altro, oltre alla camomilla e al pane tostato con formaggio spalmabile che si stanno raffreddando sul vassoio. Beba fa segno di no agitando un dito. L’indice destro. Non apre gli occhi perché odia la curiosità della ragazza, che non è ancora uscita dalla stanza, e lei non vuole vederla. A dire il vero, non vuole vedere nemmeno Candela, né ha voglia di doverla sopportare. Cosa avrà in mente la ragazza? Non dubita che si tratti di soldi, che le chiederà del denaro perché negli ultimi anni non le ha mai scritto o telefonato per farle visita, così, all’improvviso. Sa che non può rifiutarsi di riceverla. Che al massimo, con qualche bugia, riuscirà a rimandare l’incontro al giorno dopo, ma non servirebbe a niente. A meno che non riesca a rimandare il tutto a quando tornerà dagli Stati Uniti. Ha passato tutta la vita a occuparsi dei figli, e ora trova eccessivo continuare a sopportare i nipoti e le loro richieste. Mentre medita, Beba stringe il pugno sinistro attorno a una chiave appesa a una catenella al collo e appoggiata sulla scollatura: è la chiave della cassetta di sicurezza dove tiene i soldi che tutti intorno a lei desiderano. Valuta la possibilità di telefonarle e chiederle, seccamente, quanto? Togliersela di mezzo con un bonifico bancario. Con quanto potrebbe sistemare la ragazza? L’anno scorso le ha pagato il viaggio dei quindici anni a Disney, cosa può volere ora? Perché è così avida?
Mossa dal beneficio del dubbio e da una certa riserva di gentilezza, si dice che forse non si tratta di un altro esborso e che Candela vuole salutarla e chiederle, al massimo, qualche vestito da Miami. O magari un nuovo cellulare, uno stereo, un televisore al plasma, una console. La testa ricomincia a pulsare e lei decide che le dirà di no, che se vuole dei soldi, dovrà ottenerli con altri mezzi. Lavorando, addirittura. Sarebbe un’ottima occasione per iniziare a plasmarla. Ma con un tale mal di testa, non pensa che sia il giorno ideale per cominciare l’addestramento. Ad ogni modo, scrive il messaggio che la nipote sta aspettando: passa da casa prima di mezzogiorno. Ho cancellato lo yoga e dopo vado in ufficio. Baci, Beba.
Chiude gli occhi e lascia che la testa affondi nel cuscino. Sente il piacevole profumo di lavanda che avvolge l’ambiente e l’aria morbida che entra dalla finestra semiaperta. Sente anche i rumori provenienti dalla strada, ma riesce a neutralizzarli perché le banche non hanno ancora aperto ed è allora che i suoni diventano insopportabili. Saúl non le permetteva di aprire le finestre della stanza e si affacciava al balcone solo la domenica, quando era già buio e sotto non si muoveva nulla, se non la bicicletta di un cartonero o l’ombra ondeggiante di un vagabondo. Non sopportava i rumori, i pianti dei bambini, né l’abbaiare di Pupi che, per fortuna, passava inosservato e non si avvicinava a Papi. Quando era vivo.
Ma no, meglio non ricordare la morte di Saúl, perché tanti momenti felici che avevano vissuto erano stati offuscati dalla rabbia. Andarsene in quel modo, come il vecchio degenerato che era sempre stato, dimostrava che c’è un destino per ogni uomo e che sono le nostre azioni a condurre a un esito fatto a nostra misura. Questo Beba l’aveva capito. Ma dover prendere un taxi nel cuore della notte per raggiungere un motel su avenida Circunvalación e spiegare al tassista, tra lacrime e singhiozzi, che stava andando a cercare quel figlio di puttana di suo marito, non era stato affatto divertente. Salvo poi pagare e attraversare il tunnel, il suggestivo ingresso di quell’antro, scortata da un medico e da un poliziotto, che la preparavano a vedere ciò che già immaginava. La sagoma di Saúl sul letto discretamente coperta da un lenzuolo. Spettava a lei riconoscere il defunto. Defunto, che parola disgustosa aveva pronunciato il commissario, trattandola con insultante condiscendenza, come se fosse una donnina debole e isterica e non la titolare ed ereditiera di cinquantatré proprietà, tre auto di lusso e una sana impresa edile e appaltatrice che sponsorizzava eventi e campagne dei politici. È chiaro che, per quei dettagli, tutt’altro che insignificanti, erano lì un commissionario e un procuratore, tutti con dei falsi sorrisi. No, non l’avevano detto alla stampa, ovviamente. Era lei, né più né meno, a dover dire la verità che avrebbe alimentato i giornalisti e, una volta digerito l’inganno, la società che avrebbe letto e ascoltato e creduto alla sua versione dei fatti.
Il povero Saúl era sempre stato preso per i fondelli. Come se non riuscisse ad adattarsi al comfort della monogamia, più ingrassava e più perdeva capelli, più diventava pruriginoso. Aveva cercato di tenere a freno le sue inclinazioni assumendo segretarie brutte, grassocce e con i tratti dei Testimoni di Geova, ma al cavallo piaceva l’erba tenera e ciò che non riusciva a trovare nelle vicinanze andava a cercarlo un po’ più lontano dal suo recinto. All’inizio, rancorosa e ancora desiderabile, aveva cercato di rimediare alle mancanze di Saúl seguendo la legge del taglione. Era stato uno sbaglio. Era andata a letto un paio di volte con il padre di una compagna di scuola di sua figlia. Almeno aveva evitato il cliché di farlo con un maestro di tennis o con il marito di un’amica. Ma aveva comunque provato la colpa invece del piacere, e non si trattava di soffrire doppiamente: per le corna ricevute e per le corna fatte. Forse aveva solo fatto la scelta sbagliata. Perché oltre a un fiasco sessuale, le aveva rivelato di essere un militante peronista. Una calamità: aveva passato i giorni successivi a lavarsi i genitali per paura di contrarre qualcosa, che sarebbe stato trasmesso dai peronchos attraverso i fluidi corporei.
Dopotutto, dato che era impossibile per lei controllare ogni mossa di Saúl – perché non riusciva a distinguere quale riunione o quale cena di gala fosse reale e quale fosse un pretesto per le sue scappatelle – aveva iniziato a prendere il controllo degli affari di famiglia e a impedirgli, chiudendogli i rubinetti, di commettere l’imprudenza di sperperare il denaro in prostitute o, peggio, di tenersi un’amante appena più grande dei suoi figli.
Non ebbe voglia di vedere il suo volto per l’ultima volta. Chiese che gli venissero scoperti i piedi, fino al polpaccio, e vedendo i versamenti alle caviglie fu sicura che fosse lui. Inoltre, avevo già visto l’Audi nera fuori, parcheggiata accanto alla porta d’ingresso della graziosa stanza che, comicamente, era decorata a imitazione dell’antico Egitto. Chiese che lo ricoprissero e, prima che il commissario decidesse di allontanarla dalla scena, pretese di parlare con la donna che si trovava con lui quando era avvenuta la disgrazia. Beba notò l’imbarazzo, il nervosismo del poliziotto che iniziò a grattarsi i baffi come se volesse rasarli con le unghie. Lui osò dirle che non era possibile e lei, che aveva anticipato la risposta, gli chiese, tirando fuori il cellulare, se preferiva ricevere ordini dal Capo della Polizia della Provincia, dal Segretario alla Sicurezza o dal Governatore, che per lei era lo stesso.
Era a pochi metri di distanza, nella stanza accanto, con due poliziotti, uno per lato. Indossava una vestaglia di spugna e fumava una sigaretta, anche se era vietato. Per legge. I capelli neri e l’accavallamento delle gambe lasciarono perplessa Beba, che tardò a scoprire il pomo d’Adamo, gli zigomi alti, la leggerissima ombra della barba sulle guance. Era sorpresa: si aspettava di incontrare una puttanella, magari una di Corrientes o di Chaco, ma questo andava al di là di tutto ciò che di degradante e vergognoso aveva immaginato. Rinunciò a parlare con lui, o con lei, o qualsiasi cosa fosse: non si era ancora abituata alla novità di quel genere, iniziato decenni prima con Cris Miró, ma non era servito a nulla. Aveva pensato di scoprire i dettagli della morte di Saúl, gli ultimi istanti, ma si era resa conto che avrebbe preferito non sapere in che posizione si trovava quando tutto era finito.
Senza esprimere il suo disappunto, tornò nella camera mortuaria avendo preso una decisione. Il procuratore la informò che la testimone era stata prelevata in Plaza Libertad alle due di notte e, dietro il pagamento di ottocento pesos, portata al motel dove era avvenuto il fatto. Il medico legale aveva ipotizzato un attacco cardiaco massivo dovuto all’assunzione di una dose eccessiva, o non prescritta, di Sildenafil. «Sarà necessaria un’autopsia per…» «Niente autopsia», ordinò Beba. «Date questi cinquecento pesos alla “testimone” e riportatela in piazza». Il commissario guardò il procuratore, quest’ultimo guardò il telefono e il poliziotto con le braccia incrociate guardò Beba che iniziava a spogliarsi davanti a loro. Nessuno di loro reagì: i tre erano ipnotizzati da quella nudità pallida, come le statue di Lola Mora, rugosa e flaccida, e non sapevano cosa fare, né dove girarsi, quando ricevettero l’ordine di portarle una vestaglia di spugna come quella del frocio nella stanza accanto.
«Saúl è morto con me, qui, celebrando con una notte di lussuria l’anniversario del nostro primo bacio». Questo nessuno avrebbe potuto negarlo o smentirlo. Lo affermava lei e l’altra parte in causa non poteva avere voce in capitolo.
Il trillo di un passero la fa uscire da quei ricordi amari. Sono passati appena due anni da quella tragedia, ma Beba non riesce ancora a superarla, continua a portare con sé il dolore e la rabbia di quella perdita. E sì…, anche il modo, il modo in cui era sopraggiunta la morte. Forse nemmeno i loro figli avevano creduto all’inganno della celebrazione della coppia. Sapevano che era da tanto che loro due non facevano… l’amore, ecco. Be’, era logico che lei avesse perso il desiderio. Inoltre, ovviamente, lui non era più attratto da lei. In ogni caso, quando Saúl aveva tirato le cuoia, i due formavano un sodalizio perfetto. Negli affari, certo, ma sapevano anche uscire insieme o con gli amici, godersi un viaggio, divertirsi a corrompere un funzionario o un giudice che fino a quel momento era considerato incorruttibile. Si divertivano, anche se non lo facevano più, non si coccolavano, si allietavano con piaceri vietati alla gente comune, esclusivi per loro che sapevano di che materia era fatto il mondo e il prezzo di ciò che sembra non essere in vendita.
Un lieve sorriso si allunga sulle labbra di Beba, che sprofonda di nuovo nel sonno mentre la ragazza la sbircia da dietro la porta. Esita se avvertirla o meno, se svegliarla e dirle che in salotto, seduta sul divano alla francese rifoderato l’estate scorsa, Candela la sta aspettando, inquieta.
Traduzione dallo spagnolo di Giacomo Falconi. Trovi il resto del racconto su Punto di fuga.
