ALL’ILLVSTRISSIMO SIGNOR MIO,
IL S. ANTONIO MARTINENGHI
BRVNORO ZAMPESCHI.

NEL TEMPO, ch’io mi ritrovava in Crema, quivi mandato alla custodia di quella honoratißima Terra da’ nostri Illusstiß. S. Vinitiani, haveva lasciato al governo di Forlimpopoli M. Vincentio Passero da Ravenna eccellentißimo Dottor di leggi per mio Cómissario, et M. Gio. Battista Suzzo da Forlì eccellentiß. professore di Filosofia, & di Medicina mio Mastro di casa nel luogo medesimo. Onde occorrendo molte volte, che ciascuno de’ detti miei gentiluomini si trovassero insieme à ragionar di diverse cose tra loro, per fuggir il tedio nella stagion più noiosa del caldo dell’estate; un giorno nacque in ciascuno d’eßi desiderio di discorrere, quale esser devesse un perfetto Innamorato, veramente materia conveniente alla piacevole natura d’ambidue, & alla noia di quella stagione, che non richiedeva materia più severa; per passar il tempo dolcemente. Et così posto ordine tra loro di ciò fare, il giorno seguente nella più commoda parte di quella Rocca si ridussero, & per tre giorni continui sopra tal materia fecero un lungo, e piacevole ragionamento: ilquale al mio ritorno mi fù poi riferito molto particolarmente da un mio cameriere quivi rimaso da me lontano; per ristorarsi da una lunga infirmità, percioche costui solo si trovò presente al loro ragionamento; non lo sapendo però alcuni de’sudetti, mentre ei dimorava in una stanza, laquale sopravastava molto vicinamente à quel luogo, ove in detta Rocca eßi solevano ridursi à ragionare. Onde questo giovane, ch’è mediocreméte letterato; ma di svegliato ingegno, e di memoria profondißima, da una finestra potendo facilmente vedergli, & intender tutto quello, che dicevano; me gli ha rappresentati di modo à favellare di ciò métre il tutto mi riferiva, ch’io appresi in gran parte la somma del loro ragionamento: ilquale parendomi bello sì per la novità del soggetto, come per la varietà della eruditudine, & de’ costumi accennati per ammaestrare un giovane nobile innamorato, io mi disposi finalmente di distendere in scrittura per mio diporto à tempi avanzati de i publici negotii. Et, sì come i sudetti gentilhuomini in tre giorni fecero tutto questo discorso, così io in tre libri l’ho spiegato, introducendo à ragionar’i medesimi, che lo fecero, sì come l’intesi. Et, quale egli mi è potuto alla prima uscir dalla penna; sotto la forma di questo Dialogo, in tante mie gravißime occupationi, e travagli d’animo ho meco deliberato d’indrizarlo à voi, Illustre S. mio, per un segno dell’immortal memoria, che hanno lasciato scolpita di voi stesso nel mio core le vostre rarißime qualità; et in testimonio anchora di quella singolare affettione, che per quelle, et per molti altri degni rispetti son tenuto di portarvi; poi che io, che soldato sono, ne attendo à profeßione alcuna di lettere, ardisco di fidare i miei scritti à gli occhi vostri pieni di tutta quella cognitione delle cose, et di quello intero giudicio, che nó solamente voi, che giovanetto sete, et anchora fanciullo (quáto al numero degli anni) ma qualunque persona di molto matura età potrebbe reder ammirabile à chi la conoscesse per quello, che sete voi conosciuto. Onde, s’io non sapeßi, che il vostro sopra humano valore è homai à bastanza palese à molti, che voi stesso conoscono, mi sforzarei per acquistarmi fede con altri in questo di mostrar col mezo di questa occasione, che & nella cognitione delle lettere humane, & in quella della militia, accompagnata con tutte quelle altre, che à questa servono, come la prospettiva, et la geometria, et altre, che per brevità mi taccio, dependenti dalla matematica profeßione voi vi mostrate così eccellente, che, non passando anchora l’età di anni dodici, par, che nó habbiate potuto haver sofficiente tépo da impararle: ma che siate disceso dal cielo carico di tutte queste gran qualità, che nel picciolo vostro corpo si rinchiudono. Laqual cosa hò ben’io à pieno potuto comprendere in voi, quando era alla guardia di Crema, mentre la singolar cortesia, e bontà dell’Illustriß. S. vostro Padre, et mio Signore mi compiacque in lasciarmi goder della vostra desiderabilißima conversatione, mostrandomi S. S. questo raro segno d’amore in concedermivi; del quale io terrò perpetuo obligo con memoria gratißima: Et quello, che mi ha recato maggior maraviglia del valor vostro, è l’haver anchora per isperienza conosciuto, che, quantunque nelle cose sudette siate così maraviglioso, che nó è possibile, che chi vi ode favellare con tanto giudicio, et con tanta risolutione, quanta mostrate con gratia incomparabile de gli scritti de’ Greci, e de’ Latini autori in tal’arti, non vi resti affettionatissimo, & non giudichi, che non solo il giorno tutto: ma la notte anchora spendiate in simili studi: nondimenro consumate buona parte del giorno nel discorrer con chi de’ vostri medesimi studi si diletta, & in tutti quegli altri honorati esercitii, che più si convengono à persona illustre, & che sia per riuscire con l’età valorosißimo Cavaliero, come è cavalcare, gioucar d’arme, & d’ogni altra sorte di giuoco di destrezza, e di palla per passar nó del tutto inutilmente quel debito otio, che talhora concedete à gli studi delle lettere per agevolarvi alle fatiche da Cavaliero, & per mantenervi sano. Onde (per tornar al mio primo proposito) sapendo, che queste cose di voi sono altrui manifeste, non voglio spender parole più lungamente in mostrare, come in ciascuna voi vi mostriate eccellente, e raro; ma dirò ben, che vi mostrate à tutta prova degno figliuolo di quel Padre, di cui sete nato. Ilquale, oltra l’essere perfettamente ripieno di tutte queste, & altre rarißime qualità di cognitione, che ad un valoroso Capitano si convengono; è tanto humano, & amorevole, con un mirabile accompagnamento d’una certa heroica gravità, che ognuno, che lo prattica, se gli rende schiavo, come ben ne può far fede tutta la città di Verona: nellaquale essendo dignissimo Governatore, non pur predominava, come capo di quella militia, ma faceva di modo col suo giudicio, & prudentißimo procedere, che non solo la plebe, ma la nobiltà tutta ad una sua semplice parola volentieri si acquetava. Quanto egli sia poi coraggioso, & prudentemente ardito, lo dimostrò nel Levante, quando combattendo contra Turchi, si portò di così fatta maniera, che più non si puote desiderare dal suo devere. Quanto appresso egli fosse liberale, lo fece vedere similmente conducendo seco à quella impresa cento valorosißimi guerrieri tra Conti, & altri Signori tutti gentiluomini di molta stima, à quali egli del suo proprio donava più, e meno, secondo il loro bisogno, à chi trenta, à chi quaranta, & à chi cinquanta scudi il mese; oltra il donar del suo medesimamente à tutti i soldati una paga per huomo. Ma che dirò io della fedeltà, e vigilantia sua havuta per heredità da gli Illustrißimi suoi progenitori verso l’honore, & l’utile del suo Principe? Non ne dirò altro già io, poi ch’ella è così chiara à tutti, che i nostri Illustrißimi Signori Vinitiani, per maggior confirmatione della commune openione, l’hanno posto al governo della nobilißima città di Bergomo, mentre la fortificano à difesa, e salute di quell’honorato popolo, che per l’antica sua devotione è loro caro al par di quello della medesima città di Venetia; dellaquale egli è medesimamente cittadino, come della sua propria. Nelqual governo esso Illustrißimo Signore si è portato così egregiamente in materia di tal fortificatione, che non solo sono stati meßi in opera i disegni dell’Illustrißimo, & Eccellentissimo S. Sforza Pallavicino, Signore non mai à bastanza lodato per le sue singolari qualità: ma i suoi medesimi anchora, essendo stati approvati da quel giudiciosißimo Sig. & dal parer universale di tutti gl’intendenti per cose divine. La onde, s’egli è amato di maniera, che non solo per la Lombardia, ma per tutta l’Italia non è alcuno, che nome habbia di Cavaliero, che non desideri di piacergli, non è maraviglia. Tacerò similmente, quanto egli sia esperto nel commandare, poiche nel governo de i suoi Gentilhuomini d’arme, ch’egli tiene in servitio della Republica, si mostra tale, che à molti di loro, ch’io stimo persone di molto giudicio, hò sentito più volte dire, che chi trovò l’arte del guerreggiare, non potrebbe più giudiciosamente considerare, & esseguire quello, che alla vera militia s’appartiene, di quello, che faccia S. Signoria Illustrißima. Delqual S. essendo voi figliuolo, ignorantemente fanno le genti, maravigliandosi del vostro mirabile ingegno, per mezo del quale son sicuro, che non sarete giunto à quella età, che nelle divisioni virile è chiamata, che poche, ò niuna cosa sarà; per difficile ch’ella si sia, che non la possediate famigliarißimamente, à tale che altro non vi si debbe desiderare, se non che vi s’appresenti occasione, per laquale poßiate metter in prattica quello, che sopranaturalmente in theorica possedete. À voi dunque, che sete tale, io, che di lettere alcuna profeßione non hò fatto giamai, indrizzo questa mia fatica (quale ella si sia) spinto dalla singolare affetione, ch’io vi porto; à mostrarvi la sicurezza, ch’io prédo con esso voi per cagione di quella, in questo modo; quantunque io non la reputi degna de gli occhi vostri, se non per quella parte, che può rappresentare l’esempio di voi stesso ne i costumi civili, che in essa notati sono. Laquale; se non vedrete così perfetta, come per aventura potrebbe essere, non date di ciò la colpa ad altri, che ò alla mia poca isperiéza dello scrivere, ò alla poca memoria d’havermi saputo ricordare, come bisognava, tutto quello, che riferito mi fù, & che deve senza dubbio alcuno essere stato trattato più perfettamente da i loro autori di quello, ch’io habbia saputo rappresentare. Nó dimeno voi, Illustre Signor mio, l’accettarete con quella cortesia d’animo, con laquale solete amarmi, & la favorirete come cosa donatavi da persona, che v’ama, come meglio sapreste desiderare di esser amato da chi più vi piacesse d’essere stimato, et tenuto in pregio. Ma (per non esser homai più lungo in tardare à farvi udir quello, che ragionarono insieme i sudetti miei gentilhuomini in materia di formar uno Innamorato da ogni parte compiuto) lascierò di pregarvi à far quello, che la vostra propria virtù vi sospinge à fare: Et dirò solamente, che essendo un giorno restati insieme d’accordo per questo fare M. Vincentio Passero, et M. Gio. Battista Suzzo per il giorno seguente nell’hora dopo il desinare, il Passero prese licentia dal Suzzo, et uscito della Rocca, gli promise di ritornar per tal’effetto il giorno dietro all’hora tra loro determinata; onde ragionarono quello, che intenderete.

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