SCENA I

Appartamento del CONTE di LARA. Notte. Il CONTE in veste da camera fumando e conversando con DON CARLOS

LARA: Mancavate al teatro questa sera,

Don Carlos come mai?

D. CAR.: Ero impegnato

Altrove. Ebben, chi c’era?

LARA: Tutta quanta

La città, con la corte: era una folla!

Ed i ventagli, affacendati in mezzo

Alle dame vestite gaiamente

E profumate, svolazzavan, come,

In mezzo ai fiori, le farfalle. Visto

V’ò la contessa di Medina Celi;

La Dama degli Spirti e il suo Fantasma

Amante, Diego Lindo; Dona Sol;

E Dona Serafina e i suoi cugini.

D. CAR.: Cos’è stata la recita?

LARA: Robaccia.

Un di quei drammi, in cui del mondo (come

Dice Lope) la storia voi vedete

Dalla Genesi al giorno del Giudizio:

Tre duelli al prim’atto, e mortalmente

Tre nobili feriti, che la mano

Premon sul cuore e dicono: “Son morto!”

Un amante nascosto in gabinetto;

Un vecchio idalgo; un gaio Don Giovanni;

E una Dona Ines in mantiglia nera,

Seguita, in sul crepuscolo, da ignoto

Spasimante, che guarda appunto dove

Sa che non è.

D. CAR.: La Preziosa à certo

Ballato questa sera.

LARA: E mai più bene.

Sempre cadea il suo pié così leggero

Come raggio di sol cade sull’acque.

E’ una fanciulla estremamente bella!

D. CAR.: Quasi più che a una femmina sia dato.

La vidi ieri al Prado, e maestoso,

Qual di regina, era il suo andare, e il volto

Bello, come di santa in Paradiso!

LARA: Non può forse cader dal Paradiso

Una santa?

D. CAR.: Perché tale domanda?

LARA: Perché udii che quest’angelo … caduto,

E che, quantunque vergine all’aspetto,

Dentro è una peccatrice; al par dei quadri

Che i vecchi frati pinsero nei chiostri,

Sugli usci o sull’altar, raffigurando

La Vergine beata in una Venere.

D. CAR.: Le fate torto, o conte, e grave torto!

E’ onesta quanto è bella.

LARA: Oh, II credulone!

Ma, guardate, non c’è una donna onesta

Nell’intera Madrid, o amico mio,

E volete ch’io creda che una semplice

Ballerina, che mostrasi, di notte,

Seminuda, sul palco, per danaro,

Infiammando, con sue voluttuose

Movenze, il sangue ai giovani avventati,

S’abbia a dire un modello di virtù

D. CAR.: Scordate che è una zingara.

LARA: Si vince

Dunque più facilmente.

D. CAR.: Ah, non si vince!

Una sola virtù stimano le zingare: –

Serbarsi caste: – e Preziosa à questa

Sola virtù più cara della vita.

D’una zingara vile io mi ricordo

E sfrontata mezzana, il cui mestiere

Era tradir le giovani e le belle.

E pur seppe costei d’ogni lusinga

Esser più forte, ed allorquando, tocco

Nobil signor da sua beltà (selvaggia

Ammaliante beltà della sua razza)

Oro le offrì per sospingerla al passo,

A cui tant’altre ella sospinse, irata

Gli volse il guardo e lo percosse in viso.

LARA: E questo proverà che Preziosa

Fino al sospetto è superiore?

D. CAR.: Prova?

Che può nobil signore esser respinto

Quando facil pensa la conquista!

Qualche cosa di sacro e non corrotto

Serba la donna nel più abbietto loco,

Qualche pegno di sua miglior natura,

E, come al buio il diamante, un raggio

Non esauribil del celeste lume!

LARA: Ma Preziosa avrìa tolto il danaro.

D. CAR.: Io non penso in tal guisa.

LARA: lo ne son Certo. —

Ma a che tal fretta? Rimanete un poco

A pugnar per la vostra Dulcinea.

D. CAR.: E’ tardi e devo andar. Persuadervi,

Restando, io non potrei.

LARA: Persuadetemi.

D. CAR.: Niun più sordo di chi non vuol sentire!

LARA: Non più cieco di chi non vuol vedere!

D. CAR.: E così, buona notte; cari sogni;

Più gran fè nella donna.

(Esce)

LARA: Più gran fede!

Ho la massima fede, perché credo

Che Vittorino n’è I’amante, credo

Ch’io lo sarò domani, e, di qui innanzi,

Un altro e quindi un altro, e un altro ancora,

Cacciandosi a vicenda pel zodiaco

Di lei, come fa il Toro con l’Ariete.

Entra FRANCESCO, con un forziere.

LARA: Ebbene, come è andata la faccenda

Con Preziosa?

FRAN: Male: vi ritorna

Tutti i vostri gioielli e vi protesta

Che non si vende all’oro vostro.

LARA: Un’altra

Via dunque tenterò per conquistarla.

Conosci Vittorino?

FRAN: Sì, signore.

Oggi l’ò visto presso il gioielliere.

LARA: Che vi faceva?

FRAN: L’ò visto comprare

Un anellino d’or con un rubino.

LARA: Ce n’eran altri uguali?

FRAN: Uno ce n’era,

Ch’io non saprei distinguere dal primo.

LARA: Sta ben, domani io voglio quell’anello,

Non ti scordare: or fammi lume al letto.

(Escono).

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