di Henrique Schneider
Con la stessa intensità con cui eseguiva tutti i movimenti della sua vita, Teodoro Alegria frugò nel cassetto della scrivania in cerca dell’orologio da taschino. Lo cercò quasi febbrilmente, desiderando che fosse già mezzogiorno, come se potesse imporre al tempo lo stesso potere che esercitava su Galateia. Era il corpo ad avere bisogno del mezzogiorno, quella fame erculea che i suoi quasi due metri e oltre cento chili avvertivano così intensamente in quel martedì dalle ore domenicali, restie a passare.
Ma l’orologio era padrone di sé e al suo interno erano ancora le undici e cinque. Prima di riporlo nel cassetto, l’uomo lo scosse, come se quel gesto stupido potesse fare altro oltre che destabilizzare il meccanismo.
«Merda», diceva merda come fosse un respiro, continuamente, nei comizi elettorali o nelle celebrazioni religiose, nelle conversazioni con la moglie o nelle discussioni sul mondo al Café Central. La gente ci si era ormai abituata; nella sua bocca non c’era più la sonorità aspra della parolaccia, si era trasformata in espressione quotidiana. Solo davanti alla madre, una vecchia irsuta e rinsecchita di cui aveva ereditato la serietà, si ricordava di non pronunciarla – e quando lo faceva, per disattenzione o per una rara provocazione, veniva rimproverato ancora come se avesse avuto otto anni.
Guardò l’orologio sul muro, quasi inutilizzato perché mezzo nascosto dietro la bandiera del municipio, che gli confermò la cattiva notizia: undici e cinque. Il momento peggiore per l’enormità della sua fame; fosse stato un po’ prima avrebbe ancora potuto concedersi un panino o due, con la certezza di arrivare preparato al pranzo. Ma non a quell’ora: se avesse mangiato adesso, si sarebbe rovinato pranzo e cena con un pasto irrisolto.
Così, decise di trascorrere con un breve pisolino i secoli che gli mancavano per terminare la mattinata, appoggiato alla poltrona. Gridò alla segretaria di non essere disturbato per alcun motivo fino a mezzogiorno, dopodiché si tolse le scarpe, che gli causavano sempre fastidio per via dei duroni ai piedi. Si aprì quindi due bottoni della camicia e si allentò la cintura per poter russare più agevolmente, infine chiuse gli occhi.
Dormì tranquillo, nell’assoluta certezza che la fame lo avrebbe svegliato in tempo per il pranzo.
Teodoro Alegria esercitava il suo potere con la pienezza che – immaginava – gli era stata conferita dai molti anni di mandato. Era stato candidato quando ancora non esistevano le elezioni, si era assicurato un primo mandato a suon di favori ed aveva scelto il vice come successore, proprio per il piacere e l’abitudine di rimanere al comando. Poi, aveva ripetuto la candidatura più e più volte, e ogni volta, l’unico avversario che avrebbe potuto negargli una nuova vittoria annunciava il ritiro dieci giorni prima delle elezioni. Finiva immancabilmente per trasferirsi in un’altra città, insieme alla famiglia, dopo la visita notturna di una manciata di funzionari elettorali di Teodoro. In questo modo, distribuendo biscotti nei villaggi più lontani e discorrendo della codardia che a volte si nasconde nel cuore degli uomini, si era riappropriato della poltrona di grande sovrano di una città che, negli ultimi decenni, non aveva mai smesso di essere sua.
E prima che fosse sua, era stata di suo padre. E prima ancora, di suo nonno, arrivato quando Galateia era solo un cumulo di case dimenticate dal mondo e dal tempo e che, in un lasso di poco più di dieci anni, a forza di machete e di pallottole, poteva vantare la più grande mandria della regione.
Con ai piedi ciabatte di corda, e senza aver mai imparato a farsi il nodo alla cravatta, il nonno comprava a poco a poco la terra di giorno, garantendosi legittimità, mentre di notte i suoi dipendenti più fidati spostavano avanti le recinzioni, piantavano nuove staccionate e marchiavano il bestiame. Quando morì, colonnello con poche battaglie e molte scaramucce alle spalle, fu vegliato come un santo nella chiesa di cui aveva patrocinato la costruzione e, oltre alla moglie, venne pianto in silenzio da decine di donne che, sempre in silenzio, ne avevano conosciuto la grandezza e il testamento.
Il figlio, che aveva ereditato dal padre l’immensità della terra e la sagacia nell’ampliare i confini, si avvicinò al centro della cittadina, per curare meglio il negozio di ferramenta e l’emporio di prodotti secchi e umidi che aveva aperto sulla polverosa strada principale. Fu così che, lasciando da parte i piccoli debiti e arrotondando i crediti più grandi, sorridendo dal bancone senza alleggerire il peso del braccio, moltiplicò enormemente il numero di scritture nel suo cassetto e il desiderio di comandare e di farsi obbedire. Quando morì, prossimo agli ottant’anni, l’enorme cadavere sistemato alla buona in una bara appositamente costruita sembrava sorridere, mentre il sacerdote emozionato, nel bel mezzo delle esequie, leggeva il messaggio di sincero cordoglio inviato dal governatore.
Teodoro ebbe poco tempo per piangere la morte del padre: era già impegnato in campagne elettorali, dominato dall’ipotesi di dominio, affascinato dai colori e dagli odori del potere. Fu eletto spendendo anche meno di quanto avesse immaginato, potendo contare fin dall’inizio sui voti certi dei dipendenti della fazenda, della ferramenta, dell’emporio, del mulino e della ricevitoria i quali, un giorno prima delle elezioni, avevano portato a casa un piede in una scarpa e metà di una grossa banconota, con la promessa di ricevere il resto dopo lo spoglio dei voti, qualora Teodoro avesse vinto in ogni urna. Qualche giorno dopo mantenne la promessa, con il sorriso della vittoria impresso sul volto e la solenne certezza che sarebbe sempre riuscito a pagare il prezzo del potere.
Si svegliò alle dodici con un filo di bava che scorreva lungo il lato sinistro della bocca e il ruggito dello stomaco che reclamava un bue intero. La gamba zoppa aveva sostenuto il peso del corpo per tutto il sonno e ora era intorpidita. Avvertì un formicolio intenso ai muscoli, così si alzò lentamente e camminò con cautela fino a bloccarsi, provando vergogna per quella fragilità indesiderata. Prese il cappello con cui proteggeva dal sole la testa e i rari capelli e aprì la porta dell’ufficio con l’urgenza impressa dalla fame. La segretaria, il corpo minuscolo seminascosto dal computer, stava redigendo uno dei tanti documenti che lui, poco avvezzo alle lettere, firmava senza leggere. Alzò il suo enorme sguardo grigiastro solo quando avvertì lo spostamento d’aria dovuto all’apertura della porta.
«Qualche messaggio importante?», chiese lui.
La donna lavorava per Teodoro Alegria abbastanza a lungo da sapere che l’importanza dei messaggi calava sempre verso mezzogiorno. Così, fece cenno di no con la testa.
«Nessuno. Due o tre telefonate, ma niente di urgente», poi si aprì in un mezzo sorriso, una piccola crepa nella sua serena compostezza, e aggiunse: «E un uomo piuttosto strano è passato di qui per informarla che è arrivato il circo».
Traduzione dal portoghese di Chiara Crobu, Gaia Lolli, Teresa Mancini, Giulia Morelli, Francesca Pappalardo, Carla María Peña del Río, Claudia Pernice, Anna Protopapa, Alessia Ricciuti, Giada Saladanna, Agnese Scharnicchia, Lucia Venanti. Per leggere il resto, fai clic su Che lo spettacolo abbia inizio.
