I due uomini in tuta scavalcarono l’altissimo muro di cinta mediante una scala di corda e saltarono giù: i loro piedi affondarono leggermente nel muschio. Dagli alberi semi-confusi nel buio, scendeva un’umidità quasi autunnale. Uno dei due diede un’occhiata al cielo: le stelle stavano scomparendo. L’altro, un tipo piuttosto piccolo, ficcò lo sguardo nel folto del parco, poi accese la pila e proiettò il fascio dei raggi qua e là sul terreno.

«Ecco il sentiero. Svelto, Michele, vienimi dietro».

Seguirono la traccia che si segmentava ai piedi degli alberi, un viottolo stratificato e soffice che frusciava appena sotto le loro suole sintetiche. Al termine dell’oscuro labirinto, si acquattarono dietro una siepe di mortella e spensero la pila. Non avevano altro da fare che aspettare.

Appena cominciò a schiarire, estrassero dalle borse le maschere di plastica: se le infilarono, le fecero aderire ai lineamenti tendendole sotto l’attaccatura dei capelli e sotto il mento, e fissandole attorno alle palpebre e all’interno della bocca e delle narici.

Si guardarono reciprocamente: la perfetta e naturalissima mascheratura, adesivamente sottile come una seconda epidermide, li rendeva irriconoscibili. Chi li avesse guardati, non avrebbe sospettato che quelle facce non fossero autentiche.

Aspettarono ancora.

Spiavano a turno attraverso la siepe: al di là, si estendeva uno spiazzo erboso, su cui spiccarono, nella luce del mattino, installazioni di gioco: uno scivolo, un’altalena e un alberello di plastica luccicante, verdesmeraldo.

«A cosa serve un albero finto, in un parco?»

«Per arrampicarsi. Cosa vuoi che serva, se no. È un giocattolo bello grosso, da ricchi». Sembrava che il tempo non scorresse, e le maschere cominciavano a infastidirli.

Finalmente, quando il sole splendette alto fra i pini e le betulle, sentirono scricchiolare la ghiaia e si fecero più attenti: al di là dello spiazzo, dalla curva del viale che proveniva dalla grande villa, sbucò una giovane donna, in gonna e maglione bordeaux. Camminava con slancio elastico, facendo dondolare una borsa a righe bianche e rosse.

«L’istitutrice», comunicò, in un soffio, quello più piccolo.

La donna avanzò fin dentro il prato, poi si girò verso il viale e chiamò a voce alta: «Marinella! Sbrigati! Coglierai i fiori prima di rientrare in casa».

Da una incerta distanza, arrivò una voce infantile: «Subito, signorina».

L’istitutrice, in attesa, mosse qualche passo sull’erba e sollevò la testa verso il sole, inspirando l’aria resinosa. Sbatté le palpebre due o tre volte, poi attraversò il prato: la panchina all’ombra si trovava un paio di metri davanti alla siepe di mortella. La donna si sedette e prese un libro dalla borsa. Nel silenzio teso, i due uomini percepirono il frusciare delle pagine e un cinguettio solitario fra i rami.

Passò qualche secondo ancora: i due scorgevano la schiena, la capigliatura nera raccolta a chignon, e il sottile collo reclinato. Con un solo ammiccare, s’intesero: strisciarono sull’erba senza rumore, verso i limiti esterni della siepe, uno di qua uno di là, divergendo. Appena raggiunsero le estremità, balzarono su in concomitanza, e assalirono la donna alle spalle: quello più alto le schiacciò contro le narici un grosso tampone impregnato di cloroformio; quello più basso la imbavagliò. La trascinarono dietro la siepe, e le legarono mani e piedi. L’adagiarono sull’erba, e la lasciarono addormentata accanto al libro e la borsa, tra aghi di pino e foglie pallide.

Si acquattarono di nuovo al loro posto di osservazione. Quello più alto commentò: «Questa è fatta».

L’altro rispose, col piglio deciso del capo: «Sì, Michele, ma adesso sta’ zitto». La tensione gli faceva pulsare le tempie sotto la pellicola della maschera.

Ecco che la ghiaia scricchiola, ritmicamente: dal viale spunta una bambinetta che saltella buffamente su un piede solo, tenendo l’altra gamba ripiegata. È bionda, rosea, paffutella, e indossa una tuta sportiva grigio-cenere. Raggiunge balzellando il margine dello spiazzo, vi si getta di corsa, passa davanti all’altalena e all’alberello di plastica, e monta veloce la scaletta dello scivolo.

«È lei», dice quello più basso, e sta per alzare l’indice per segnalare l’inizio dell’azione, quando gli pare di sentire un nuovo e inaspettato rumore di passi sulla ghiaia: trattiene il socio per la manica.

«Uuuhh!», grida con entusiasmo la piccola, slanciandosi giù, a gambe tese, lungo la concava pista dello scivolo. «Vieni anche tu!»

Dal viale esce una seconda bambinetta, bionda, rosea e paffutella, tenendo in mano un mazzo di dalie. Indossa anche lei una tuta sportiva, color rosa carico.

«E questa chi è?», si sbalordisce Michele. «I De Gromo non hanno una figlia sola?»

«Accidenti, sì! Le informazioni, le foto e tutto il resto li ha passati l’Organizzatore. La figlia è una sola».

«Ma guardale, Rino! Tali e quali. Non saranno gemelle?»

«Non mi ha parlato di gemelle».

«E adesso, cosa facciamo?»

«Porco d’un cane maledetto! Che ne so, io!»

«Ma tu sei il capo, e tu, Rino, devi sapere».

«Piantala, Michele, sta’ zitto!»

Il sudore reattivo, causato dall’abnorme situazione non prevista dal piano, si coagulava fastidiosamente nei pori della pelle surriscaldata e faceva tendere la plastica.

Rino smozzicò: «Lasciami capire… Lasciami decidere».

Le bambine carosellavano allegramente sullo scivolo, a turni ravvicinati: una saliva, l’altra scivolava giù. Lanciavano nell’aria strilli di paura felice, si lasciavano cadere sull’erba, si rotolavano come bestiole in libertà. D’un tratto, quella in rosa raccolse il mazzo di dalie che aveva posato, e scrutò attorno: «Dov’è la signorina? Voglio regalarle i fiori».

Quella in grigio, totalmente catturata dall’ebbrezza del gioco, le rispose con disinvoltura: «Mah! Starà facendo un giretto nel parco. Dai, torna su». Senza un attimo di sosta, corse dietro lo scivolo, e salì su per i gradini della scaletta.

«Glieli darai dopo, i fiori».

Con improvvisa decisione, Rino ordinò a bassa voce: «Fuori!».

Michele non chiese che cosa avesse intenzione di fare e obbedì, ricapitolando mentalmente le istruzioni del piano. Uscirono dalla siepe con naturalezza, portando le borse a tracolla e discorrendo di allacciamenti e di corrente alternata. Appena li scorsero, le bambine, sorprese, si bloccarono in piedi davanti allo scivolo e li studiarono con curiosità.

I due si avvicinarono spigliati.

«Chi è Marinella De Gromo?», chiese Rino.

Le bambine risposero contemporaneamente: «Io». E quella in grigio ribatté: «E voi chi siete?»

Da sotto la maschera, Rino stiracchiò le labbra in un sorriso amichevole: «Elettricisti, non vedi le tute?»

«Eh già», osservò quella in rosa. «Hanno anche lo stemma dell’Azienda sul taschino».

«Appunto. Ma non prendeteci in giro, non potete essere tutte e due Marinella. Chi di voi si chiama Marinella De Gromo?»

«Io» dissero di nuovo, insieme.

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Il racconto integrale ti attende in La farfalla sul soffitto.

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